La nostra storia

Belluno, quale degno capoluogo di una provincia montana, racchiude nel suo territorio comunale un colle, formante un altipiano a mille metri d’altitudine, al quale i bellunesi vogliono, come si usa dire da queste parti, ”un bene dell’anima”.
È il Nevegal.
La ragione del nome sta nel fatto che, in tempi nei quali le stagioni non erano, come adesso così capricciose, il colle re-stava, ogni anno, per quasi cinque mesi, coperto di neve. Ed era neve davvero!

Don Angelo Bellezier e don Giuseppe Pierobon con il vescovo Maffeo Ducoli

Mons. Giuseppe Pierobon, per quasi trent’anni arciprete di Castion, popolosa parrocchia che comprende nel suo territorio il Nevegal, ce lo descrive, come era fino agli anni cinquanta.

Oltre la neve, che allora non era una risorsa, il colle era co-perto di prati e pascoli e, in piccola parte da terreno boschivo. Tante stalle, sparse qua e là, con le relative casere per i conta-dini nel breve periodo estivo, erano segni di una stentata attivi-tà agricola, supportata da alcune malghe per l’alpeggio.
Se d’estate salivi lassù vedevi dovunque, soprattutto nella parte più alta, dove il Nevegal si sposa con il Visentin (alt.1763 m.), pecore e mucche placidamente pascolanti. Dovevi però scendere in giornata perchè se vi desideravi pernottare per goderti, nella calura estiva, l’aria fresca del colle non trovavi a disposizione nulla, fatta eccezione di un un minuscolo rifugio si-tuato nello spazio dell’attuale pineta.
È attorno agli anni cinquanta, precisa don Giuseppe, che il bellissimo altipiano cominciò ad aprirsi al turismo, sia invernale che estivo. Senza un adeguato piano regolatore sorsero in fret-ta molte case, quasi seminate come un singolare nevischio, nell’ampia distesa fino al Faverghera a ben 1400 metri di altitu-dine, mentre il Visentin si dotava, oltre a quello preesistente, di altri due rifugi.
Con piste e seggiovie si aprirono presto ottime prospettive per gli appassionati della neve, e di conseguenza iniziarono una buona attività alberghi e ristoranti; venne attrezzata una ospitalissima pineta per chi ama il pic-nic e furono migliorati i collegamenti con la città.
Oggi il Nevegal è un importante centro turistico, conosciuto in tutto il Veneto, vicino all’autostrada Venezia-Belluno e perciò facilmente raggiungibile dalla pianura. Dispone di sei alberghi, di un rifugio-albergo, di un ampio park-camping che può ospi-tare circa mille persone e di millecinquecento appartamenti.
Le cappelle del Santo RosarioFrequentato annualmente da villeggianti e turisti a decine di migliaia, è aperto a lusinghiere prospettive per il terzo millennio.
E il Signore?
Poteva succedere per il Nevegal quello che avvenne a Bet-lemme, dove ci fu posto per tutti, anche per i cavalli e per gli asini, ma non si trovò un buco per Lui?
Un luogo dove “far nascere” Gesù ed offrirlo come Parola che salva e Pane di vita a quella gente vacanziera o impegna-ta nei vari servizi.
Una chiesa, un’“anima” per il Nevegal!
È stato questo il sogno dei parroci che si succedettero in quegli an-ni: da mons. Giuseppe Da Corte, a mons. Giuseppe Pierobon, all’attuale mons. Ottorino Pierobon, e fu un sogno davvero troppo lun-go se rimase irrealizzato per oltre quarant’anni, nonostante le solleci-tazioni del vescovo Gioacchino Muccin cui stava a cuore l’assistenza religiosa di quella parte, ormai notevole, della parrocchia di Castion, e a dispetto della buona volontà di un vivace ed autorevole Comitato costituito allo scopo.
Il quale, raccogliendo pazientemente, come ape operosa le piccole offerte di quanti erano sensibili al problema aveva, nel frattempo, acquistato parte del terreno, riservato dal Comune a zona culto, là dove ora sorge il grande santuario
Ma chi può misurare ora il disagio di sacerdoti e fedeli in quelle Messe domenicali celebrate in alberghi e rifugi, dove la cortese ospitalità dei gestori non era sufficente a superare il senso di precarietà e di frustrazione e a dare ai momenti liturgi-ci il dovuto decoro?
E quelle Messe officiate all’aperto, durante la breve stagione estiva, immersioni tonificanti nell’incanto della natura, ma alle prese sempre con gli imprevisti del tempo tanto frequenti in montagna?
Nel 1958, non lontano dalla zona culto, venne costruita, la chiesetta di S. Giovanni Gualberto, voluta dal Corpo Forestale ed apparve quasi un presagio, ma, come Filippo obiettava a Gesù per i pani ed i pesci del ragazzino nel deserto, così si do-mandavano i responsabili: ”Che cosa è questo per tanta gen-te?”
cappellinaUn sogno dunque.
Durava da quarant’anni e sembrava destinato a rimanere tale ancora a lungo.
Ma non era un sogno proibito.
“La c’è la Provvidenza”, si disse risoluto il povero Renzo, do-po aver dato “quei pochi soldi che teneva in tasca” ad una delle due donne che gli tendevano la mano, appena di là dell’Adda.1
La Provvidenza! Se davvero ci si fidava, il lungo sogno non poteva diventare realtà?
E sulla Provvidenza puntò, ad un certo punto, fiduciosamente il Comitato per l’erigenda chiesa sul Nevegal, pensando fosse giunta l’ora di aprire un concorso allo scopo, incoraggiato dal-la constatazione che il terreno acquistato si era, nel frattempo, alquanto allargato, anche per alcune generose donazioni.
Eravamo agli inizi dell’anno millenocentonovanta e la Provvi-denza stava rimescolando le carte: avrebbe presto superato ogni più lusinghiera attesa.
In Diocesi di Belluno-Feltre, già da quindici anni il Pastorale era passato dalle mani di mons. Gioacchino Muccin, ritiratosi per limiti di età, a quelle di mons. Maffeo Ducoli che aveva ini-ziato il suo servizio episcopale il 22 Ottobre 1975.
Giovane ancora, di carattere forte e di volontà decisa, ca-pace di grandi intuizioni, il vescovo Maffeo univa alla grande fede una filiale devozione alla Madonna ed un’instancabile at-tività pastorale.
Nel primo decennio di episcopato fra noi si era impegnato a dotare la Diocesi di una Casa di Spiritualità che volle dedicare a Papa Luciani, a Col Cumano di S. Giustina a metà strada fra Belluno e Feltre, e, camminando coraggiosamente dentro un mare in tempesta, ne aveva fatto una Casa fra le più caratteri-stiche ed accoglienti del Veneto, da subito molto frequentata.
Devotissimo all’Immacolata di Lourdes, che incontrava ogni anno presiedendo il pellegrinaggio diocesano alla terra di Ma-ria, mons. Ducoli pensò poi alla realizzazione di un suo grande sogno: costruire un santuario lourdiano nelle vicinanze di Bellu-no.
In un primo momento pensò alla possibilità di aprire una grande chiesa accanto alla Grotta della Beata Vergine di Lourdes, che dal 1911 è luogo di preghiera molto conosciuto, nei prati di Soverzene, a ridosso di Longarone. Il progetto, pur visto con entusiasmo dalla gente del luogo, si rivelò presto non realizzabile per varie difficoltà ritenute insuperabili oltre che per giusti motivi di opportunità.
inaugurazioneSi faceva evidente che, diverso dai progetti umani, era il di-segno che aveva delineato il Signore.
Bisognava dunque guardare altrove: là dove di una chiesa, per tanta gente, c’era davvero bisogno.
Per la sua Madre Immacolata il Signore aveva scelto il Nevegal.

Un santuario all’Immacolata di Lourdes sul colle bellunese: era proprio questo che il Signore voleva? Il vescovo Maffeo, nonostante l’esperienza positiva del Centro Papa Luciani, ave-va al riguardo notevoli e ben comprensibili perplessità.
Intensificò in quei mesi la preghiera, si consigliò con persone di fiducia, ebbe all’inizio dell’anno una particolare benedizione di incoraggiamento dal Santo Padre e poi, come è nel suo stile, con grande coraggio, decise di assumere in prima persona l’onore e l’onere dell’opera da realizzare.
Cercò subito un progettista qualificato e lo trovò nell’architetto Eugenio Abruzzini, romano, già celebre ed ap-prezzatissimo nel settore dell’architettura sacra, docente presso l’Istituto Sant’Anselmo e l’Università Gregoriana, al quale af-fiancò come collaboratori tecnici gli Ingegneri bellunesi Vin-cenzo Barcelloni Corte e Siro Andrich, senza rinunciare all’apporto prezioso dei consiglieri Andrea Buzzatti, Bruno Savi, Vito Olivier e Mario Sacchet.
Ci voleva un sacerdote disponibile ed esperto dell’ambiente che potesse seguire i lavori, come alter ego del vescovo, nelle varie fasi della costruzione e nel complicato iter burocratico dell’opera. Mons. Ducoli, ottimo conoscitore delle persone, lo individuò in mons. Giuseppe Pierobon, che nel frattempo ave-va lasciato la Parrocchia di Castion, assumendo la cura di un’altra Parrocchia in periferia di Belluno.
Don Giuseppe accettò e, lasciando definitivamente la cura d’anime diretta, si offrì con l’entusiasmo e le capacità che lo distinguono, al nuovo e suggestivo incarico.
Agli inizi del 1991 la “squadra” era dunque al completo e pronto anche il progetto, che apparve subito, nel suo insieme grandioso, originale e destinato a ben inserirsi nel peculiare ambiante cui era destinato. Ciò nonostante la sua approvazio-ne, sia in sede civile che ecclesiastica, incontrò una cappella internanotevoli difficol-tà, che però furono felicemente superate.
Si cominciò con l’ampliare lo spazio della zona culto per a-deguarla al progetto Abruzzini e fu abbastanza agevole farlo per la felice coincidenza con la variante al Piano Regolatore del Nevegal che il Comune stava eseguendo. Sembrava pro-prio che la buona Provvidenza, per la materna mediazione di Maria, stesse facendo strada ai primi passi di coloro che in essa continuavano a confidare.
Come aveva fatto per il Centro di Col Cumano, il vescovo decise di non gravare la Diocesi dell’onere finanziario che la realizzazione del santuario avrebbe comportato ma di seguire altre vie, che nella sua grande fede sapeva di trovare comun-que aperte.
L’anno 1992 iniziò con l’opera già messa a concorso e di se-guito appaltata dalla ditta Impremoviter di Sedico.
I tempi ormai si facevano brevi e il sogno realtà.
Valeva forse, in qualche misura, anche per il desiderato san-tuario del Nevegal la promessa di Maria a Fatima: ”Il mio Cuore Immacolato trionferà”?
Era il 21 marzo 1992, il primo giorno di primavera.
Il colle bellunese che si era appena scrollata di dosso la bianca trapunta invernale si trovò piacevolmente invaso da sacerdoti, autorità civili e tantissima gente.
Mons.Maffeo Ducoli benediva, quel giorno, la prima pietra del futuro santuario, inserendovi la pergamena qui di seguito riprodotta (pag. 18).
Poco prima l’Impresa aveva sistemato la base su cui poggia-re la costruzione, sostituendo la terra, abbondante al fondo del declivio, con cinquemila metri cubi di pietrame e di altro mate-riale inerte per dare consistenza alle fondamenta.
Una inattesa necessità di molto terriccio da parte della So-cietà per l’Autostrada Venezia-Belluno ha provocato uno scambio al quale la stessa Società provvide quasi gratuitamen-te.
L'angelo annunciatore di fronte alla grottaUn segno ancora, se pur tenue, che il santuario rientrava davvero nei progetti di Dio.

Le continue sollecitazioni a provvedere adeguatamente alla zona del Nevegal impegnarono gli ultimi anni del mio episco-pato a Belluno-Feltre. Nel 1987 presi un primo contatto con il Comitato per l’erigenda chiesa, tanto desiderata.

Nel settembre 1989, presiedendo uno degli annuali pellegri-naggi diocesani a Lourdes, pregai intensamente la Vergine Immacolata perchè mi illuminasse ed aiutasse allo scopo. Un pomeriggio, parlando davanti alla Basilica del Rosario con un pellegrino, dirigente veneto di un’associazione nazionale, gli feci cenno del mio desiderio di costruire in Diocesi un santuario dedicato a Maria Immacolata. Mi incoraggiò a superare ogni perplessità e mi promise l’offerta di cento milioni. Manterrà la sua promessa il 12 dicembre 1990, festa della Madonna di Guadalupe di cui anch’io sono devoto.
Passarono appena alcuni minuti e in quello stesso piazzale, una signora dall’accento meridionale, che non conoscevo e neppure ora so chi sia, e che certamente, essendo lontana da noi, non aveva seguito il nostro colloquio, mostrandomi il suo anello mi disse: ”Desidero offrirlo alla Madonna.”
Risposi: ”Lo consegnerò ai sacerdoti del santuario.” “No, no - soggiunse la signora - è per la Madonna alla quale sta pen-sando lei”.
L’anello è ora al santuario del Nevegal.

Il 7 dicembre 1990 il mio segretario ritornando a Belluno da Roma in treno, chiese alla Madonna di dargli un segno se ve-ramente il progetto del Vescovo fosse secondo i disegni di Dio. E precisò di desiderarlo l’indomani 8 dicembre, solennità dell’Immacolata. Alla sera della solennità, in Cattedrale a Bel-luno, durante un concerto, una signora lo avvicinò e gli conse-gnò una busta dicendo: ”È per la chiesa che il vescovo vuole costruire sul Nevegal”. L’indomani aprimmo la busta: 100.000 lire. Don Giorgio commentò: ”Peccato che ho chiesto solo un ‘piccolo’ segno!”
Scrivendo per il Natale del 1991 su un foglietto edito dalla Parrocchia di Castion, come supplemento al Bollettino Parroc-chiale, mons. Ducoli aveva messo le mani avanti nei confronti di coloro che avevano fretta: “Procederemo con sapiente gradualità in base alle possibilità economiche”.
Invece bastarono due anni per una costruzione che, bru-ciando i tempi, si alzava veloce, dentro il grande cantiere, sol-levando decisamente il velo sulla sua originalità e bellezza.
Bellezza che si fece splendore il 29 Luglio 1994, quando l’Immagine della Beata Vergine di Lourdes prese possesso del suo trono, nella “grotta” all’interno della grande cavea per lei preparata.
La veneratissima statua, scolpita in marmo di Carrara era sta-ta donata al futuro santuario già da qualche anno dalla fami-glia Perrotta di Marano di Napoli e, per felice iniziativa del ve-scovo Maffeo, portata a Domegge di Cadore dove Giovanni Paolo II, in uno dei suoi soggiorni estivi, celebrando una solenne Messa per la popolazione bellunese, la aveva benedetta il 30 Agosto 1992. Era poi rimasta nella bella chiesa di quel centro cadorino, fatta oggetto di culto affettuoso.
Ora era arrivata alla sua reggia come Signora del Nevegal portandovi con la sua presenza il messaggio di preghiera, peni-tenza e speranza che aveva affidato a Bernardetta, alla Grotta di Massabielle, quando soprattutto le aveva detto: ”Non ti prometto di farti felice in questa vita, ma nell’altra.”
Il grande complesso edilizio non era ancora finito, ma c’era lei e tanto bastò perchè il vescovo decidesse di aprire il santua-rio al culto pubblico, fissandone la data all’indomani dell’arrivo della venerata Immagine, il 30 Luglio 1994.
Presiedette la Concelebrazione l’arcivesco di Pisa mons. A-lessandro Plotti, presidente nazionale dell’UNITALSI, un’Associazione tanto cara a mons. Ducoli e benemerita del nuovo santuario. Concelebranti il nostro vescovo, i presuli di Vit-torio Veneto, Pordenone, Chioggia, l’ausiliare di Verona, il su-periore generale della Congregazione di don Calabria e ottan-ta sacerdoti, fra i quali il neo rettore del santuario, don Angelo Bellenzier, chiamato al delicato incarico da Alleghe dove era parroco zelante ed aveva fatto buona esperienza di pastorale del turismo.
Impressionante per numero ed entusiasmo la folla dei fedeli calcolata a circa cinquemila persone.
L’imponente Angelo dell’accoglienza, da poco posto dai vi-gili del fuoco di Belluno su uno dei due torrioni laterali all’inizio della cavea, sembrava, al chiudersi di quella grande giornata, finalmente non più solo: le sue mani tese ad accogliere pelle-grini e, in loro, preghiere, sospiri, lodi e speranze, L'Annunciazioneavevano ormai e per sempre un riferimento, allo stesso tempo tenero e sicuro, in questa piccola Lourdes della Valbelluna: il Cuore immacola-to della Madre del Signore.
Passò meno di un anno dalla apertura al culto del santuario e il Nevegal subì un’altra gioiosa invasione di gente con meta il grande complesso sacro che, nel frattempo, si era ulteriormente arricchito in costruzioni ed arredi.
Avvenne il I Maggio 1995.
Quel giorno la “reggia” di Maria veniva destinata definitiva-mente ed esclusivamente al culto del Signore ed alla venera-zione a lei, l’Immacolata di Lourdes.
Celebrante il vescovo diocesano, mons.Maffeo Ducoli, con-celebranti un centinaio di sacerdoti, qualche migliaio i fedeli partecipanti. A dar solennità alla celebrazione era salito quassù il Coro della Cattedrale di Belluno, diretto dal maestro mons. Sergio Manfroi.
Particolarmente emozionante la Benedizione del Santo Pa-dre, che, nell’Agosto 1992, di ritorno dal suo soggiorno in Cado-re aveva volutamente sorvolato in elicottero il santuario in co-struzione.
Presente spiritualmente con la sua comunità l’archimandrita Piotr, rettore del tempio della Madre di Dio a Kazan, nella città di Mosca, con un messaggio che qui riportiamo.

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Eccellenza reverendissima signor Vescovo della città di Belluno.
Il Consiglio parrocchiale del tempio della Madre di Dio di Ka-zan a Uskoje, nella città di Mosca, ha l’onore di porgerle gli au-guri nel giorno dell’inaugurazione del nuovo tempio alla Madre di Dio sul Nevegal. Noi partecipiamo con gioia orante alla festa, assieme a tutta la vostra famiglia spirituale e desideriamo che la protezione divina sia sempre nel nuovo tempio e sul suo gregge pastorale.
Mosca 1 Maggio 1995
Archimandrita Piotr

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La piccola BernadetteMentre si svolgeva solenne la lunga Liturgia consacratoria abbiamo annotato alcune parole che parvero venir fuori come un augurio cele-ste da quel tripudio di canti, di fiori, di luci, di incenso e di fervide pre-ghiere corali: “Signore, l’edificio che ti dedichiamo sia casa di salvezza e di grazia. Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso la libertà vera, ed ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli, finchè tutti giungano alla gioia piena nella Gerusalemme celeste.”
Il Vescovo celebrante, nell’omelìa di una giornata certamen-te fra le più luminose della sua lunga esperienza pastorale, ri-cordando come Paolo VI alla conclusione del Concilio abbia definito Maria Madre della Chiesa, concluse commosso: “Noi la veneriamo e la supplichiamo che da questo stupendo colle stenda il suo manto di Madre sulla nostra Diocesi, sulla gente della Valbelluna, e sulle nostre famiglie.”
A dare concretezza all’augurio liturgico ed all’auspicio del vescovo Maffeo, già dai primi mesi salirono al nuovo santuario folle di devoti da gran parte della Diocesi e del Veneto, tanto che alla fine di quell’anno il rettore don Angelo poteva registra-re “in attivo” ben duecento pellegrinaggi.
Un ottimo esordio per un santuario appena aperto.
Nell’autunno del 1995 il santuario si arricchì dei preziosi mo-saici raffiguranti i misteri del S. Rosario nelle cinque Cappelle, che si aprono nel cammino verso la grotta dell’Immacolata, e della splendida Via Crucis, posta a ridosso di esse, lungo il ver-sante nord del Col di Gou.
Nel febbraio 1996, mons. Maffeo Ducoli lasciò la Diocesi per raggiunti limiti di età e gli successe, per soli cinque anni, mons. Pietro Brollo, già vescovo ausiliare di Udine, che guardò con grande simpatia il santuario, vi presiedette molte celebrazioni, ne apprezzò ed incoraggiò l’azione pastorale, diede concreto sostegno economico ai lavori in programma, invitando mons. Ducoli a continuare a seguirli attraverso la mediazione intelli-gente di mons. Pierobon.
Oltre alla sistemazione delle adiacenze al santuario per ren-derne più accogliente l’accesso, fu possibile così, all’inizio dell’Anno Santo, proteggere il portico mediante una grande vetrata, favorendo in tal modo la sosta davanti alla chiesa quando, quasi sempre durante l’estate, lo spazio interno è in-sufficente a contenere i fedeli.
A mons. Pietro Brollo eletto arcivescovo di Udine, successe mons.Vincenzo Savio, già ausiliare di Livorno che entrato uffi-cialmente in Diocesi il 18 Febbraio 2001, si interessò subito del santuario assicurando la sua cordiale e fattiva collaborazione.
In quella stessa estate, venti metri sopra il piano del santuario, là dove la Via dolorosa si conclude con l’immagine di Cristo Ri-sorto, venne alzato il campanile, a completare l’originale pro-getto Abruzzini.
Ma - qualcuno può obiettare - per il Nevegal potevano ba-stare una chiesa modesta, sufficientemente capace e una stanza per il sacerdote che fosse salito ad officiarla nei mesi tu-risticamente più “forti”. Certo che potevano bastare, ma co-me si sarebbero sostenute, l’una e l’altra, nei mesi più “debo-li”? E, stante la carenza di sacerdoti, quale garanzia poteva avere quella zona, atipica nei confronti di un normale paese, che il servizio religioso sarebbe continuato nel tempo?
Benvenuto dunque il santuario, una realtà per sua natura sempre religiosamente “viva”, capace di rispondere alle esi-genze della bella zona turistica, garante della presenza del sa-cerdote, e in grado di parlare un linguaggio di fede e di bellez-za.
Ed eccoci allora ad ammirarlo, immerso in una natura che in tutte le stagioni dell’anno offre meravigliose sensazioni agli oc-chi ed al cuore, e arricchito di tanti tesori d’arte.
Davanti alla grotta, nella cavea, che richiama in miniatura l’Esplanade di Lourdes, ci si apre una luminosa pagina dell’Apocalisse. Una graziosa distesa di pietre, allungata fra i sassi è la luna sotto i piedi della sua Regina e dodici fori, nello sfondo, offerti al bacio del sole, sono le dodici stelle che fanno festa attorno a Maria.
Lungo lo spazio sacro l’intuizione di vari artisti richiama vivace-mente, nei quindici mosaici del Rosario, la storia della salvezza, ri-vissuta nel breve ed intenso percorso della Via Crucis, che sbocca nella Risurrezione, méta ultima della nostra speranza.
Nella Cappella dell’Adorazione l’artistica porticina del Ta-bernacolo, avvolta in un alone di luce, ci ricorda che il Signore della storia è in mezzo a noi “ieri, oggi e sempre”. Mentre la grande aula delle celebrazioni ci immerge in uno spazio singo-lare dove la maestosità e l’essenzialità si sposano con una ric-chezza di simboli del tutto straordinaria.
Il campanile del Santuario posizionato al termine della Via CrucisSotto il grande tetto che pare volersi allargare a tutto lo spa-zio sacro, si apre una sala capace di un centinaio di posti a se-dere, attrezzata per ogni tipo di incontri. A chiudere ad ovest il monumentale complesso sta una casa modesta dove abitano il sacerdote rettore e, in un reparto del tutto indipendente, tre suore adette al santuario.
Se poi pensiamo che altri sacerdoti fanno riferimento al san-tuario per il loro servizio pastorale, soprattutto per le confessioni, non possiamo non concludere che davvero il Signore è anda-to, per il Nevegal, oltre ogni speranza.
“Il santuario del Nevegal - ci precisa mons. Pierobon - è un ri-chiamo a Lourdes, non un’imitazione”. Certo, a che ci sarebbe servita infatti una fotocopia?
In un sia pur veloce sguardo d’insieme, a prescindere dall’immagine della Madonna che è esatta riproduzione di quella venerata nella città dei Pirenei, tutto il resto del com-plesso ne costituisce un costante richiamo senza, appunto, ri-produrla.
La Grotta è appena accennata, dentro una struttura archi-tettonica del tutto originale. Possiamo trovarvi un riferimento lourdiano nell’ubicazione: sta infatti discosta rispetto alla chiesa così come a Lourdes è appartata dalle grandi Basiliche.
Se poi osserviamo le cinque cappelle del Rosario, notiamo che sono costruite con materiali molto poveri, diversamente da quelle della chiesa di Lourdes, ma le richiamano con forse maggiore intensità, nel misteri raffigurati in mosaico.
La bella corsia in marmo che congiunge l’altare della chiesa con la cavea dell’Immacolata, ormai abitualmente percorsa a conclusione di ogni celebrazione in santuario, ricorda che la Madonna ci conduce a Gesù e ripresenta in miniatura le so-lenni processioni della terra di Maria, momenti indimenticabili per i pellegrini che vi partecipano.
La fonte d’acqua posta nel portico della chiesa è un indovinato se pur timido richiamo all’acqua che sgorga ai piedi della Grotta di Mas-sabielle, come del resto è carica di suggestioni, ma diversa nella con-cezione e nel percorso, la stupenda Via Crucis che Franco Fiabane ha ideato e costruito su massi di pietra bianca del Cansiglio, riproducen-do, da par suo, scene della Passione strettamente evangeliche.
Un forte riferimento all’esperienza di Lourdes è invece la sta-tua bronzea di Bernardetta, opera e dono dell’artista Gianni Pezzei e della parrocchia di Pieve di Livinallongo, posta l’8 Maggio 1997, non però accanto alla grotta, ma all’imboccatura della cavea, inginocchiata umilmente su una pietra, in atteggiamento contemplativo e riproducente, con tocco davvero originale, una ragazza di quella tipica zona.
Nulla di Lourdes invece nell’aula delle celebrazioni dove, al contrario della solennità delle Basiliche lourdiane, trovi qui una chiesa che, secondo il concetto del progettista Abruzzini “è abbastanza visibile per chi la cerca, ma sufficentemente ap-partata da non dar fastidio di sorta a chi non sa che farne”.
Oppure sì, anche una chiesa seminata nel verde e tanto schiva a mostrare il suo volto, è richiamo a Lourdes, dove una Basilica, la più moderna e la più grande, è addirittura nascosta sotto terra, continuo confronto per ogni pellegrino con l’animo di Colei che all’atto di essere scelta come la Madre del Messia disse di se stessa: ”Dio ha guardato all’umiltà della sua serva”1.
Lourdes in edizione diversa dunque sul Nevegal. Ma ne respi-ri, a piena anima, la mistica e corroborante atmosfera.
Hai l’impressione di entrare dentro una grande tenda.
È il richiamo al Vangelo di Giovanni: ”Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi”1? O sei portato a pensare all’antica an-tifona mariana “Sotto il tuo manto ci rifugiamo, Santa Madre di Dio”?
L’impressione iniziale si rafforza quando ti trovi dentro la grande au-la delle celebrazioni, punto centrale del santuario mariano, e si tra-sforma nella sensazione di un grande abbraccio. Là dentro hai solo bisogno di contemplare, meditare, pregare.
Ad aiutarti immediatamente è l’altare, Te lo trovi davanti vi-cinissimo perchè l’aula, pur essendo grande è a forma semicir-colare e trecento persone comodamente sedute sui banchi gli stanno tutte a ridosso.
È in legno con la mensa di marmo, sostenuto da sette brac-cia per lato che partendo da un unico ceppo si estendono a raggera. Al centro che ha forma triangolare c’è un richiamo trinitario: il “Crismon”, ripetuto tre volte, riportante le lettere greche di Gesù Cristo, Redentore, Alfa ed Omega, Principio e Fine.
Alla tua destra, accanto all’altare dentro lo spazioso presbi-terio, vedi l’ambone da dove è proclamata la Parola di Dio. È retto da quattro colonne a ricordo dei quattro Evangelisti ed è posto sopra una spaccatura dei gradini del presbiterio che in-dica il sepolcro vuoto di Cristo (è lui, infatti che parla dall’ambone) e un Angelo, scolpito in legno da Franco Fiaba-ne, ne annuncia la Risurrezione.
Alla tua sinistra invece si presenta una Croce, grande e nu-da: bellissimo riferimento alla celebrazione eucaristica dove mi-sticamente viene celebrato il mistero della morte e risurrezione del Signore ed è offerta la “fatica” di tutti, secondo l’esperienza di S. Paolo: ”Io completo nella mia carne la soffe-renza di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa”2.
La Croce è sostenuta da una base in pietra dove il Fiabane ha scolpito alcune immagini del profeta Isaia che annunciano la pace, frutto precipuo della passione del Signore.
“Il termine fisico dello spazio - commenta il progettista Abruz-zini - ci viene incontro con una forma curva, contraria all’abside storico. È una forza dinamica, quasi prorompente sul-la quale è impresso il Pantocrator che ci attende per il giudizio finale.” Ha in mano, aggiungiamo, il Libro della vita ed è cir-condato da alcuni discepoli che rappresentano il popolo di Dio. Lo scultore è ancora una volta Franco Fiabane che e per l’ideazione e per la tecnica qui ha forse raggiunto l’apice della sua eminente capacità artistica.
L’organo che vedi appoggiato alla parete laterale sinistra è un “Fedeli” del 1765, un gioiello antico dunque, ricuperato nel-le Marche e restaurato dalla Ditta Girotto di Postioma (TV) e donato da don Osvaldo Bortolot, parroco di Borca di Cadore.
Dietro le tue spalle sui costoloni dei quattro pilastri portanti os-servi incisioni originali di Mario Penso, pregiato artista di Belluno. Raffigurano scene bibliche: la Legge, la Manna, la moltiplica-zione del pane e la liturgia preannuncio del gaudio eterno.
Ma è ora di guardare in alto. Le travature enormi in lamellare che sorreggono il tetto sembrano giocare con le grandi vetrate che, invece, ti “portano fuori” a sentirti immerso nella natura, pur restando nello spazio sacro come ti viene ben ricordato dalle cinque figure che la Scuola del Beato Angelico di Milano ha posto al loro centro. Riportano, come vedi, oltre all’Agnello immolato, i simboli dei quattro Evangelisti: l’angelo per Matteo, il leone per Marco, il bue per Luca e l’aquila per Giovanni.
Dopo aver sostato in questo modo puoi uscire dai grandi por-toni scorrevoli, a vetri.
Soddisfatto. Ma non hai ancora fatto il pieno.
Ti restano ancora tante cose belle da ammirare e da godere se ri-nunci all’atteggiamento del turista incuriosito e ti accosti con l’animo del pellegrino che guarda, contempla e medita, come Maria “che ser-bava tutte queste cose nel suo cuore”1.
Accanto all’Aula delle celebrazioni, si apre la Cappella dell’Adorazione, cuore del santuario, dove, oltre alla porticina del Tabernacolo del 1700, ti si presenta allo sguardo il Cristo del perdono, opera e dono di Renato Varese di Conegliano. È in ceramica di cotto veneto e rappresenta Gesù che assolve la peccatrice: ai lati le pietre preparate per la lapidazione, al centro la Croce con accanto il gallo a ricordare il peccato di Pietro e in alto il simbolo dello Spirito Santo, che “dà la vita e rinnova la faccia della terra”.
L’artistica figurazione aiuta il pellegrino che vuol prepararsi a celebrare il Sacramento della Riconciliazione, per il quale sono disponibili cinque stanzette-confessionale (una anche per i di-sabili in carozzella), dove, incise a fuoco su tavoletta ad opera di Mario Penso, sono raffigurati cinque famosi confessori: il bel-lunese P. Felice Cappello, San Leopoldo Mandic, il Beato Padre Pio da Pietrelcina, il Santo Curato d’Ars e S. Giovanni Nepomu-ceno, martire quest’ultimo del segreto confessionale.
Perchè non passi, pur in fretta, attraverso il corridoio che uni-sce il centro e il cuore del santuario con la sala riunioni? Se lo fai, ti avviene di ammirare, quasi piccolo museo di arte moder-na, sei quadri dell’artista cattolico russo Byelutin, dalle lontane origini bellunesi. Rappresentano scene di popoli oppressi, due maternità e due Pietà. Se poi entri nella sala, vedi un’altra bel-lissima maternità dello stesso artista e lo splendido mosaico dell’Annunciazione di Massimo Maria Peron, ad indicarti il pun-to di partenza della vicenda di Maria di Nazaret e l’aurora del-la nostra salvezza.
Uscendo dalla sala riunioni ti trovi dentro l’atrio d’ingresso: è un grande spazio coperto sul quale l’Aula delle celebrazioni si apre attraverso le vetrate che la delimitano. È lastricato con pietra rossa di Castellavazzo, la stessa pietra con la quale è sta-to costruita la parte centrale del santuario. Il pavimento è incli-nato verso l’interno per dare modo a chi, in caso di affollamen-to è costretto ad assistere da quì alle sacre Celebrazioni, di ve-dere con facilità l’Altare.
Dopo esser passato accanto alla caratteristica fonte, ti è dato di so-stare davanti alla vetrata in vetro graffiato, (opera della vetreria Poli di Verona) sulla quale sono raffigurati i sette dolori di Maria, così disposti, secondo un’antica tradizione cristiana ma in piena aderenza al raccon-to evangelico: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, la perdita di Gesù nel tempio, l’incontro con la Madre lungo la via dolorosa, Maria ai piedi della Croce, Gesù deposto dalla Croce e la deposizione nel se-polcro. Fra le belle raffigurazioni stanno otto lettere che insieme dico-no: AVE MARIA.
Quanta voglia a questo punto, di ripeterlo il dolce saluto, con cuore commosso e filiale riconoscenza, mentre ci prepariamo insieme a godere adoranti altri richiami forti dentro lo spazio sacro del nostro santuario!
Attraversato quello che potremmo chiamare il sagrato del santuario, uno spazio che, a somiglianza degli antichi chiostri, è adattissimo al silenzio orante, puoi fermarti davanti ad ognuna delle cinque Cappelle che lo delimitano a sud. Vogliono aiuta-re il pellegrino nel cammino verso la Grotta, a prepararsi all’incontro con Maria, per mezzo della preghiera da lei la più desiderata e raccomandata: il Santo Rosario.
Formano un caratteristico cordone così distinte e pur vicine, legate l’una all’altra da brevi passaggi, richiamanti vivacemen-te l’ambiente di montagna. Costruite con macigni di pietra gri-gia di varia grandezza, a vista, a forma semicircolare sono co-perte in rame con luce che scende dall’alto dove sono poste, per ogni Cappella una corona formata da una doppia lettera M e, più in alto, una colomba bianca in marmo, richiami bellis-simi alla Madre del Signore, ripiena di Spirito Santo.
All’interno di ogni Cappella, sistemati sul muro grezzo, senza riqua-dri puoi ammirare tre mosaici raffiguranti rispettivamente un mistero gaudioso, uno doloroso ed uno glorioso, secondo lo schema tradizio-nale della recita del Rosario. Eseguiti dalla Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo (PN), i quindici mosaici sono stati disegnati dai cinque artisti che elenchiamo, seguendo l’ordine delle Cappelle.
Nella prima, Massimo Maria Peron da Tradate (VA); nella seconda, Giulio Candussio da Spilimbergo (PN); nella terza, Maria Grazia San-toro da Falconara (AN); nella quarta, Paolo Belgioioso da S. Antonino di Susa (TO); nella quinta, Padre Ugolino da Belluno, residente a Ro-ma.
Ma è ora di salire lungo il comodo sentiero della Via Crucis per contemplare immagini che toccano davvero il cuore. Sono uscite dalla forte ispirazione e dalle abilissime mani del nostro Franco Fiabane, ma sembrano venir fuori vive dalla durezza della pietra, tanto sono immediate.
Puoi fermarti a riflettere sul ghigno beffardo dei membri del Sinedrio o sulla scena tragicomica del rinnegamento di Pietro, o sulla figura instupidita di Pilato, o meglio sul momento emo-zionante della crocifissione e su quello, indubbiamente il più bello, di Maria e Giovanni ai piedi della croce, per poi ritrovarti, con “l’abito di lutto cambiato in veste di gioia”1, davanti alla splendida raffigurazione del Risorto, che sembra appena uscito dalla tomba e in atto di ascendere verso l’incontro con il Pa-dre.
Arrivato a questo punto sei consapevole, che pur ammiran-do la grandezza dello scultore, non hai fatto il turista: hai medi-tato e pregato, hai ritrovato, complice la Madre, il senso vero anche del tuo camminare nel tempo verso il Vivente, méta lu-minosa della nostra speranza.
A ricordartelo è ancora, laggiù a lato della chiesa, una grande croce posta su un rialzo, ben visibile anche da lontano, ad indicare il santuario. “Stat crux dum volvitur orbis”: mentre passa la scena di questo mondo rimane ferma la croce.
Resta Gesù Cristo, Signore della storia, unica salvezza.
Quattro passi più in su ed eccoti davanti al campanile.
Progettato da Eugenio Abruzzini come naturale completa-mento del complesso che porta il suo nome, fu possibile iniziar-ne la costruzione solo verso la fine dell’anno santo 2000 e ne rimane un gentile ricordo.
Elegante e discreto, seminascosto come è tra gli alberi, si e-leva su quattro costoloni in cemento armato, terminanti in alto con la cuspide, che a sua volta sorregge una croce di due me-tri. La sua altezza complessiva è di trenta metri.
Appena sotto la cuspide sono poste quattro campane del peso totale di ventiquattro quintali e con le note del MI natura-le, FA diesis, SOL diesis e LA naturale.
Sono state munificamente donate e portano nomi che il do-natore ha chiesto a ricordo di persone a lui care.
Vi sono impresse da un lato le immagini della Madonna, di S. Giuseppe, di S. Antonio di Padova, e di S. Luigi Gonzaga e dall’altro dei Santi Martino, Vittore e Corona, patroni della Dio-cesi di Belluno-Feltre, dei due Beati dell’anno santo che particolarmente amiamo: Giovanni XXIII e Padre Pio e in fine gli stemmi di Giovanni Paolo I, il papa bellunese dei 33 giorni; di Giovanni Paolo II, del vescovo Maffeo Ducoli, fondatore del santuario, e dell’attuale vescovo diocesano Vincenzo Savio.
Non potevano mancare il logo del grande Giubileo e la data 2001, anno dell’inaugurazione del campanile
Prima di essere poste in loco le campane furono allineate nel portico del santuario alla visione di fedeli e turisti, e ivi solenne-mente benedette.
Ancora uno sguardo al campanile.
Un grande dito puntato verso il cielo a ricordarci qual’è la meta ulti-ma del nostro pellegrinare sulla terra e una voce festosa che, allargan-dosi sull’altipiano, si fa invito a gustare fin d’ora un po’ della gioia eter-na; a riscoprire cioè nell’Eucarestia, soprattutto domenicale, il Cristo che cammina con noi, come con i discepoli di Emmaus e a riconoscer-lo nella Parola e nello spezzare il pane.
Così il riferimento è sempre a Lui, e non può essere diversa-mente perchè la Madonna ci attira a sé per sospingerci mater-namente verso Colui ”nel cui nome si piega ogni ginocchio in cielo, sulla terra e sotto terra”1.
L’unico nel quale possiamo essere salvi, perché “è il Signore”.

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Al termine di questo “viaggio” dentro il Santuario di Maria Immacolata, Nostra Signora di Lourdes, attraverso il cammino della croce potremmo recitare assieme un’antica preghiera della Liturgia che si accompagna all’Angelus quotidiano.
“Infondi o Padre nel nostro Spirito la tua grazia perchè come per l’annuncio dell’Angelo abbiamo conosciuto l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e croce, giungiamo alla gloria della Risurrezione.

Chi ha letto queste pagine si è reso conto che non è stato un miracolo o un’apparizione a determinare l’erezione del santuario. È stata invece una considera-zione di opportunità, evidentemente sotto l’ispirazione celeste.
È avvenuto analogamente ad esempio per il santuario del Monte Grisa vicino a Trieste e per altri santuari ancora.

Due eventi straordinari invece che potremmo in certo senso chiamare miracoli, sono stati la rapida realizzazione dell’opera, nonostante le previste ed inevitabili difficoltà, ed il flusso ininterrotto di pelle-grini del quale il santuario è stato fatto oggetto fin dagli inizi e che si va allargando di numero e di qualità di anno in anno.

Il santuario non vuole essere in concorrenza ma in piena collaborazione con le parrocchie: un luo-go ed un’occasione privilegiata per ricaricarsi spiri-tualmente e rimotivare, se è il caso, la presenza at-tiva all’interno della propria comunità parrocchia-le. È in quest’ottica che, di norma, non vi si cele-brano matrimoni.

Come clinica spirituale il santuario offre la mas-sima disponibilità per il Sacramento della Riconci-liazione a tutte le ore delle giornate feriali e soprat-tutto prima durante e dopo le celebrazioni dome-nicali e festive.

Secondo una consuetudine introdotta agli inizi ed ormai consolidata, tutte le celebrazioni comu-nitarie, sia nell’aula centrale, come in altri luoghi del santuario trovano la loro conclusione in un breve e significativo pellegrinaggio verso la grotta dell’Immacolata al canto dell’Ave Maria di Lour-des, cui possono venir aggiunte secondo partico-lari esigenze, appropriate preghiere di intercessio-ne o di lode.

Non si trovano, né all’interno dell’area sacra né nei dintorni del santuario, bancarelle per ricordini o altro: vi sono solo piccoli depositi di ceri, cartoline e copie del periodico del santuario lasciati alla li-bera offerta di chi desidera servirsene.

Il santuario non dispone di casa per il pellegrino o di un qualsiasi luogo di ristoro: tiene solo a dispo-sizione una stanza di modeste dimensioni per co-mitive che vogliono consumare la colazione al sacco.
Ha però la fortuna di trovarsi a pochissima di-stanza dagli accoglienti alberghi e ristoranti della zona.

Tutta l’area sacra è pienamente accessibile ai disabili: non vi sono, infatti, barriere architettoni-che, sono disponibili corsie adatte per le esigenze delle carozzelle e si è avuta un’attenzione a loro nell’arredamento dei confessionali e dei servizi.

La festa del santuario che cade liturgicamente l’11 Febbraio, memoria della prima apparizione di Lourdes e troverebbe un suggestivo momento di celebrazione anche l’8 Dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, è spostata al 15 Agosto, durante il periodo del più consistente affollamento di residenti, villeggianti e turisti sull’altipiano.
30 08 1973 • Il vescovo Gioacchino Muccin nomina il primo Comitato per l’erigenda chiesa sul Nevegal

28.09.1973 • Viene acquisito il primo terreno (dono Reolon) nel-la zona culto assegnato dal Piano Regolatore del comune.

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24.10.1988 • Il vescovo Maffeo Ducoli nomina un secondo co-mitato, ampliando il primo già operante.

10.10.1989 • Mons.Ducoli d’accordo con il nuovo Comitato, sceglie l’architetto Eugenio Abruzzini e gli affida l’incarico di redigere il progetto del nuovo santuario.

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09.10 1990 • Il comitato domanda alla Regione ed al Comune di rispettare nella variante al P.R. le dimensioni per la zona cul-to, fissate poi in mq. 16.000 e mc. 10.000.

12.06.1990 • È acquistata una seconda parte del terreno.

13 12 1990 • L’architetto Eugenio Abruzzini presenta il progetto.

06.02.1991 • La Commissione diocesana di Arte Sacra, appro-va il progetto.

21.02.1991 • È possibile avere la parte definitiva del terreno ne-cessario.

02.03.1992 • Il Comune di Belluno concede la licenza di edifi-cabilità.

21.03.1992 • Viene benedetta e posta la prima pietra del san-tuario.

30.08.1992 • Il Papa a Domegge di Cadore benedice la statua dell’Immacolata destinata al santuario.

14.05.1994 • Il santuario è eretto in Ente di diritto canonico.

19.06.1994 • Il vescovo firma la convenzione con le suore Serve del S. Cuore e dei poveri, per il servizio al santuario.

27.06.1994 • Il vescovo nomina primo rettore del santuario don Angelo Bellenzier, allora parroco di Alleghe e mons. Giuseppe Pierobon animatore con incarico amministrativo.

29.07.1994 • La statua dell’Immacolata è posta nella sua grot-ta.

30.07.1994 • Il santuario è solennemente aperto al culto.

01.05.1995 • Si celebra la Dedicazione della Chiesa.

17.05.1995 • Il santuario è dichiarato Ente con personalità giuri-dica.

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15.09.2000 • È concessa la licenza edilizia per il campanile.

10.11.2000 • Iniziano i lavori per la costruzione del campanile.

Agosto 2001 • Il campanile è benedetto ed inaugurato.

Mons. Maffeo Ducoli, nel suo diario annota: ”La Madonna ci ha sempre offerto la sua materna protezione suscitando molti ge-nerosi benefattori e così abbiamo potuto soddisfare a tutti gli impegni economici senza fare un soldo di debito né una lira di prestito.”

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